Smart working: i lavoratori sono pronti, gli imprenditori no

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ci ha rinchiuso nelle nostre case. Qualcuno, per questo, ha dovuto smettere di lavorare. Qualcun altro, grazie alla tecnologia, può portare avanti il lavoro da casa, sperimentando per la prima volta quello che nelle aziende più evolute è una prassi già da tempo: lo smart working.

Lo smart working (o lavoro agile) ha come finalità quella di responsabilizzare i lavoratori rispetto ai risultati, consentendo loro di essere autonomi nella scelta del luogo e nella gestione degli orari per raggiungere un obiettivo lavorativo. L’esecuzione del lavoro non è legata, così, a postazioni fisse e vincoli di orario, ma agli obiettivi aziendali: la produttività del lavoratore che può gestire liberamente (e responsabilmente) il suo lavoro, conciliandolo al meglio con la sua vita, è maggiore di quella del lavoratore “classico”.

Questa modalità di lavoro, che come dicevamo ha già successo nelle aziende più evolute, trova ancora la resistenza di molti imprenditori italiani. Secondo un sondaggio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro condotto in questo periodo, quasi 8 imprenditori su 10 provano diffidenza verso lo smart working. Una resistenza culturale, probabilmente, per cui il dipendente deve stare inchiodato alla sua postazione, sotto gli occhi del capo, fosse pure a perdere tempo.

La nostra società è iperconnessa, piuttosto efficiente nella tecnologia, eppure si basa ancora su modelli di lavoro nati nel secolo scorso. Ogni giorno molti lavoratori arrivano sul luogo di lavoro già spossati dal traffico, dalla ricerca del parcheggio o dal sovraffollamento dei mezzi pubblici per fare cose che potrebbero gestire tranquillamente da casa, come fare telefonate, inviare e-mail, usare software, compilare file, gestire canali social, ecc. Forse l’emergenza che stiamo vivendo servirà proprio a dimostrare che lo smart working rende più produttivi. Certamente, la responsabilità di comprovarlo è dei lavoratori. Basterà a “convertire” anche i più “arcaici” tra gli imprenditori italiani?

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